Fast fashion: che cos’è e quanto inquina.

Fast fashion significa letteralmente “moda veloce“, cioè usa e getta, in quanto va a definire il fenomeno sempre più in costante aumento di creare e vendere prodotti di abbigliamento a basso costo e con una qualità anch’essa bassa, che – di conseguenza – porta ad acquistare prodotti che dureranno sia in termini di moda che di materiali – al massimo per una stagione.

Da oltre 70 anni, catene come H&M, Zara, Primark e simili, comandano il mercato dell’abbigliamento grazie a prezzi abbordabili, qualità mediocre e un ciclo vitale molto breve dei trend. La velocità risiede sia nella breve vita della moda che nel metodo di produzione messo in atto da questi brands, i cui stilisti disegnano un’intera collezione, la producono e la distribuiscono in soli tre mesi.

La filiera della moda veloce, usa e getta, presuppone un uso di tessuti artificiali enorme, con uno sfruttamento di risorse naturali ambientali disastroso. In un anno si producono all’incirca 80 miliardi di vestiti in tutto il mondo (cioè circa 11 vestiti per persona) che, di conseguenza, porta a uno spreco spropositato, di cui solo una piccola percentuale viene riciclata. Il brevissimo ciclo produttivo del fast fashion e la breve vita che questo tipo di capi di abbigliamento hanno – ovviamente – fanno sì che ci sia un aumento di domanda del prodotto ogni stagione, con conseguente sfruttamento delle risorse in modo ciclico.

Inoltre, il fatto che si usano sempre di più i siti online per acquistare questo tipo di prodotto, fa aumentare ancora di più la percentuale media di CO2 per ogni vestito, mostrando come la filiera della moda sia ai vertici tra quelle che più inquinano il pianeta.

Con un’emissione globale di carbonio che si aggira intorno al 10% (al pari, per esempio, dell’Europa intera), il fast fashion non causa problemi solo nella produzione e nella distribuzione: il lavaggio quotidiano dei materiali utilizzati rilascia nell’oceano oltre 500.000 tonnellate di microfibre.

Essendo la seconda industria al mondo che più consuma l’acqua, si deve iniziare a pensare a delle alternative valide a questo sistema. Basando la propria forza sull’accessibilità dei prezzi, l’alternativa deve basarsi sull’economicità dei prezzi: il mercato dell’usato è il grande competitor del fast fashion. Oltre ai prezzi molto bassi, infatti, esso si basa sul riciclo dei vestiti, diminuendo quindi lo spreco e la domanda dell’abbigliamento nel mercato (con conseguente abbassamento dell’offerta e della produzione).

Inoltre, importante deve essere l’educazione all’acquisto consapevole di cose realmente necessarie, che provengono da produttori realmente sostenibili.