Il nuovo sogno della moda si chiama ecofuturismo.

In un settore duramente colpito come quello della moda anche l’ultima tornata di sfilate (iniziata a New York lo scorso 12 febbraio e conclusasi a Parigi il 14 marzo dopo essere passata per Londra e Milano) sono emersi messaggi contraddittori: di sicuro anche in questo settore tutto sta cambiando: rapidamente, drasticamente anche se resta difficile facile capire come.

Di certo c’è che l’atteggiamento di chi lavora nel mondo della moda si è fatto (necessariamente) più umile. Da sempre predittiva la moda sembra ora essersi messa in ascolto, come non accadeva forse da mezzo secolo.

Gli strumenti utilizzati per individuare l’evoluzione dei consumi sono diventati innanzitutto i social: app come Instagram (proprietà dell’americana FaceBook) o For you Tick Tock (proprietà della cinese Alibaba) vantano numeri di utenti di fronte ai quali le “tirature” di quotidiani e magazine impallidiscono.

Finita è pure l’epoca dello stilista guru che dall’alto dei suoi successi economici pontifica su tutto e su tutti di fronte a sciami di giornalisti adoranti. Lo stucchevole quadretto ridipintosi uguale a se stesso a partire dagli anni Novanta è di colpo svanito, insieme alle sfilate in presenza e ai budget pubblicitari migrati dalla carta stampata al web.

Un’epoca pare davvero conclusa.

Hanno mostrato di capirlo bene anche designer non esordienti come Miuccia Prada che ha inserito la presentazione della sua seconda collezione Miu Miu in un contesto incontaminato tra vette innevate e piste immacolate sulle Dolomiti svuotate dal durissimo lockdown attuale.

Qualcosa del genere aveva fatto pochi giorni prima Thom Browne nella sua sognante presentazione newyorkese. La magnificenza della natura, spazio, luce e benessere fisico: è questo che tutti desideriamo fortemente. Questo è il sogno che ognuno spera di realizzare il più presto possibile.