Le riviste di moda tra politica e pandemia. La notizia delle dimissioni di Alexi McCammond da Teen Vogue a causa di una serie di tweet razzisti è solo un altro tassello del complicato tentativo da parte dell’editoria di riemergere da una crisi profonda.

Per qualche giorno Anna Wintour e tutta la Condé Nast hanno difeso la loro scelta. Ma tenere il punto su Alexi McCammond, ventisettenne ex giornalista di Axios scelta per guidare Teen Vogue dopo la dipartita di Lindsay Peoples Wagner, a un certo punto è diventato impossibile.

La nomina di fine febbraio è stata seguita da accuse di razzismo a causa di una serie di tweet rivolti contro le persone di origine asiatica pubblicati dieci anni fa, quando McCammond era un’adolescente, già riesumati nel 2019 e per i quali aveva chiesto scusa in quella sede.

.Quelle affermazioni sono tornate al centro della scena, anche perché la decisione della casa editrice è arrivata quasi contemporaneamente alle sparatorie di Atlanta, durante le quali sono state uccise otto persone, di cui almeno sei erano donne asiatiche (con sospetto movente razziale).

Non sono bastate le rinnovate scuse di McCammond e il pubblico annuncio in cui la direttrice di Vogue spiega di essere a conoscenza dei tweet e di aver valutato insieme ad altri dirigenti dell’azienda che quelle scuse testimoniavano una maturazione della giovane giornalista.

Perché nemmeno Anna può molto davanti alla cancel culture. Nel giro di poche settimane venti membri dello staff della rivista hanno pubblicato una nota di dissenso, il brand Ulta Beauty ha sospeso un mega investimento stagionale e l’account Instagram del magazine è stato invaso dalle critiche sulla falsariga di quella dell’attivista Xiye Bastida: «Teen Vogue ha fatto così tanto per dare spazio a voci diverse, non buttate via tutto per Alexi!».

Se in Italia non abbiamo ancora trovato il modo giusto di affrontare il tema applicandolo alla nostra realtà, il dibattito in America è accesissimo: pur essendo Teen Vogue un titolo relativamente piccolo, si è distinto negli anni per un atteggiamento progressista e attivista che è riuscito a fare presa sulla Generazione Z, con il conseguente aumento dei ricavi grazie a nuovi accordi pubblicitari e all’evento Teen Vogue Summit, tra i più interessanti del panorama in termini di ospiti e di temi affrontati, ma anche una grande attenzione sui suoi contenuti e sulle persone che li producono.

Se McCammond avesse le carte in regola per guidare una delle poche testate tradizionali che provano a rivolgersi a un pubblico di giovanissimi (con il budget giusto per essere influente) non è dato saperlo perché il tornado è arrivato nel momento, anzi nell’anno, sbagliato.

La pandemia ha congelato gli investimenti pubblicitari dell’intero settore – con un taglio fino all’80 per cento e un non determinante rimbalzo nella seconda metà del 2020, come riporta l’agenzia Digital Luxury Group – proprio quando questo sperava che il maggiore impiego economico in nuovi formati digitali restituisse i primi frutti.

Invece raggruppamento del personale e condivisione dei contenuti sono i nuovi mantra. Alla fine del 2020 Condé Nast ha annunciato una grande ristrutturazione internazionale che ha messo quasi tutto il potere in mano alla sede americana e ha reso le testate degli altri Paesi molto più dipendenti da quella centrale. Non solo Wintour è stata nominata direttore editoriale globale di Vogue, ma Edward Enninful, dal 2017 direttore dell’edizione britannica e da molti ritenuti il naturale erede della direttrice, ha guadagnato il titolo di “supervisore” editoriale di Vogue Paris, diretto da Emmanuelle Alt, e di Vogue Italia, diretto da Emanuele Farneti.