NEL FASHION BUSINESS OGGI L’ECO-FRIENDLY È MOLTO PIÙ DI UNA MODA.

ECO FASHION, slow fashion, conscious fashion: si moltiplicano in questa fase storica le definizioni in grado di fotografare un grande cambiamento in atto, in direzione della ’moda sostenibile’.

Un cambiamento che inizia ad avere tra i suoi protagonisti anche i consumatori finali, perché è sempre più diffusa nel mondo occidentale la consapevolezza che il magico mondo della moda – con il suo straordinario carico di bellezze, desideri e seduzioni – è oggi in realtà uno dei settori produttivi a più alto impatto ambientale.

Alcuni studi sostengono che l’industria del fashion, che a livello globale rappresenta un valore di circa 2,4 miliardi di dollari e impiega 50 milioni di persone, sia addirittura la seconda industria più inquinante al mondo dopo quella petrolifera.

Negli ultimi decenni, l’abilità artigianale dei sarti ha ceduto il passo alle produzioni industriali. Emblema ne sono i “colossi del fast fashion”, che hanno il grande merito di aver creato un sistema-moda di buona qualità accessibile a tutti a livello globale, ma anche il demerito (rispetto alla sostenibilità del pianeta) di aver generato un modello produttivo di scala ’usa e getta’, in cui le collezioni inseguono i gusti dei consumatori con una impressionante frequenza di aggiornamento, determinando un costo enorme in termini di inquinamento e di utilizzo di risorse naturali, in particolare di acqua. È stato calcolato che il 60% dei vestiti in circolazione finisce in una discarica entro un anno dalla sua produzione. E che per realizzare una singola maglietta possono servire fino a 3900 litri d’acqua, pari alla quantità di acqua che ogni essere umano beve in cinque anni di vita, mentre per 1 Kg di tessuto prodotto vengono immessi nell’atmosfera 17 kg di CO2. Dati impressionanti, che parlano da soli.

Proprio il cambio di mentalità dei clienti, dei consumatori di tutto il mondo, sta acquisendo oggi la forza di invertire questo trend. La produzione e l’ostentazione al pubblico di capi realizzati con criteri eco-friendly, di abiti o accessori prodotti mediante il riciclo della materia prima, di vere e proprie collezioni vintage è diventato ormai un must assoluto per tutte le marche di moda, che fanno a gara per rendere visibile al pubblico il loro impegno concreto per la salvaguardia del pianeta. Alcuni brand iniziano a coinvolgere il consumatore anche in modo attivo: H&M e Intimissimi, ad esempio, consentono ai clienti di portare presso i propri punti-vendita abiti usati, ricevendo in cambio buoni-acquisto per il prossimo round di shopping.

Non è certo un caso se l’ultima edizione della Milano Fashion Week si è conclusa con un ’green carpet’ allestito in Piazza della Scala, o se a Roma si è svolto qualche giorno fa il primo EXPO della moda sostenibile con vista sui Fori Imperiali. Il vento della sostenibilità nella moda inizia a farsi sentire anche sul piano sociale: accanto all’attenzione crescente nei confronti delle condizioni di vita dei lavoratori (anche grazie al successo negli anni scorsi delle azioni globali di sabotaggio contro marchi che avevano abusato del lavoro minorile negli stabilimenti dei Paesi in via di sviluppo), si sta sviluppando un trend molto forte di recupero della manualità artigianale.